mercoledì, 16 gennaio 2008
Finalmente arriva l'attesissimo sito www.terremotidicarta.it
Dopo tanto tempo, a festeggiare il primo anno di officine, abbiamo aperto il nuovo blog, più veloce, carino e soprattutto SEMPLICE da utilizzare.
Grazie ancora per la pazienza e l'entusiasmo con i quali ci seguite.
Nico
postato da: Zebra1 alle ore 07:24 | Permalink | commenti (1)
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martedì, 15 gennaio 2008

Ero indecisa tra testo nostrano...De Andrè /bocca di rosa/ e uno straniero...che poi è la mia canzone preferita /november rain/

 

Bocca di rosa

Fabrizio de Andrè

La chiamavano bocca di rosa
metteva l'amore metteva l'amore
la chiamavano bocca di rosa
metteva l'amore sopra ogni cosa.
Appena scese alla stazione
del paesino di Sant'Ilario
tutti si accorsero con uno sguardo
che non si trattava di un missionario.
C'e' chi l'amore lo fa per noia
chi se lo sceglie per professione
bocca di rosa ne' l'uno ne' l'altro
lei lo faceva per passione.
Ma la passione spesso conduce
a soddisfare le proprie voglie
senza indagare se il concupito
ha il cuore libero oppure ha moglie.
E fu così che da un giorno all'altro
bocca di rosa si tirò addosso
l'ira funesta delle cagnette
a cui aveva sottratto l'osso.
Ma le comari di un paesino
non brillano certo d'iniziativa
le contromisure fino al quel punto
si limitavano all'invettiva.
Si sa che la gente da' buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio
si sa che la gente da' buoni consigli
se non può dare cattivo esempio.
Così una vecchia mai stata moglie
senza mai figli, senza più voglie
si prese la briga e di certo il gusto
di dare a tutte il consiglio giusto.
E rivolgendosi alle cornute
le apostrofò con parole acute:
"Il furto d'amore sarà punito -disse-
dall'ordine costituito".
E quelle andarono dal commissario
e dissero senza parafrasare:
"Quella schifosa ha già troppi clienti
più di un consorzio alimentare".
E arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi con i pennacchi
e arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi e con le armi.
Il cuore tenero non e' una dote
di cui sian colmi i carabinieri
ma quella volta a prendere il treno
l'accompagnarono malvolentieri.
Alla stazione c'erano tutti dal
commissario al sagrestano
alla stazione c'erano tutti
con gli occhi rossi e il cappello in mano.
A salutare chi per un poco
senza pretese, senza pretese
a salutare chi per un poco
portò l'amore nel paese.
C'era un cartello giallo
con una scritta nera, diceva:
"Addio bocca di rosa
con te se ne parte la primavera".
Ma una notizia un po' originale
non ha bisogno di alcun giornale
come una freccia dall'arco scocca
vola veloce di bocca in bocca.
E alla stazione successiva
molta più gente di quando partiva
chi manda un bacio, chi getta un fiore,
chi si prenota per due ore.
Persino il parroco che non disprezza
fra un miserere e un'estrema unzione
il bene effimero della bellezza
la vuole accanto in processione.
E con la Vergine in prima fila
e bocca di rosa poco lontano
si porta a spasso per il paese
l'amore sacro e l'amor profano.

della seconda dei guns n' roses beccatevi il video 

http://www.youtube.com/watch?v=siBoLc9vxac


 

postato da: tarantolina1 alle ore 19:28 | Permalink | commenti
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martedì, 15 gennaio 2008
La canzone che avrei voluto portare la potete ascoltare qui:

http://it.youtube.com/watch?v=jEFizm6m0Vc

Il grande Tim Buckley in Song to the Siren
(l'effetto lp, la rende ancor più mistica..)

Testo e traduzione qui:

www.dartagnan.ch/article.php

l'ho scelta per le emozioni, per come riesce a trasportarmi, come mi cattura la voce ed il testo.. Le sirene sono parte della nostra cultura, in particolar modo della mia zona.
Nico

"Should I stand amid the breakers?
Should I lie with Death my bride?"
postato da: Zebra1 alle ore 09:54 | Permalink | commenti (2)
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martedì, 15 gennaio 2008
L’asfalto scivolava lento sotto il mio corpo. La carne lacerata attraversava i calzoni e si mischiava ai ciottoli, per finire ai margini della carreggiata e sfamare un giorno larve e lombrichi. Alcune gocce di sangue macchiavano irrimediabilmente il casco trasparente e rendevano ancor più accese le scintille provenienti dalla marmitta che graffiava la terra. Un rumore sordo piegava lo sterzo, mentre la mia testa veniva scagliata più e più volte contro il cemento. Finirà questa corsa? Terminerà questo suono stridulo di acciaio tranciato? Nemmeno il tempo di porre la domanda, che la corsa si spenge.  Mi alzai di scatto, prima ancora di essere del tutto fermo. Guardai la moto ed un  impeto di terrore e rabbia mi percosse. Guardai le mani, erano intatte. Non avevo nulla, se non una rabbia tale da uccidere a mani nude l’uomo colpevole del dolore della mia bambina. Il colpevole era banale olio, sparso lungo tutta la carreggiata, affinché io ci scivolassi sopra. Volevo scoppiare, gridare, ruggire, prendere a calci il mondo. Lei era li, per terra, spenta e mutilata. Provai ad alzarla prima ancora di essermi tolto il casco. Mi fermarono, mi dissero di sedermi. Tolsi il casco e mi sedetti. Ero caldo, e con una vena di panico addosso. “vai all’ospedale” dicevano i presenti. “no, sto bene” rispondevo d’istinto. “Acqua, portategli dell’acqua” disse qualcuno. Improvvisamente pensai al sangue, ne avvertì l’odore, abbassai lo sguardo e mi vidi insozzato del mio stesso liquido vitale. Le ginocchia, il sinistro più del destro. Le braccia, oltre il gomito, i bracciali rovinati e con loro i polsi. Sangue senza dolore, come la fine di un amore senza pazzia. Ero caldo, ma qualcosa iniziava a logorarmi. Ero caldo, ma sarebbe durato ancora per poco. Chiamarono l’ambulanza ed io acconsentì. Chiamai il lavoro, poi gli amici e chiesi conforto, conforto per la mia dolce Psiche, stesa lì, da sola, sul manto stradale. “Aiutatela vi prego” continuavo a ripetere, mentre il sangue iniziava a scorrere più velocemente dentro me. Un fuoco accendeva le ginocchia, ed il solo sguardo mi procurava fastidio. Odio il sangue, quando è mio. Le gambe non volevano più star ferme, un tira e molla in cerca del minor dolore, volevo camminare ma sentivo brandelli di carne venir via. Stare seduto impedita al sangue di irrorare la zona ferita, ma anche i sensi erano ormai appannati. Era solo l’inizio, prima ancora che il braccio si irritasse a tal punto da voler spogliarmi. “Non strappatemi la carne, ho solo questa” pensavo allegramente. Mi calmavo, a tratti e riflettevo. E dentro me un universo di emozioni e pensieri: “Fuma.” Mi dicevo. Ci provai, ma con grande disgusto. La mente doveva occuparsi di curarmi, prima che uccidermi. “Oh dolore, oh rabbia! Fermati maledetto, fermati! Cosa posso fare, cosa posso fare? Fa un male cane. Non si arresta, scotta, taglia, sporca, continua a defluire. Sangue fermati! Che il tuo lento fluire è come lava dell’etna. Scendi lungo le mie gambe con quel colore d’inferno, e la gola dalla quale fuoriesci è fin troppo viva e distruttiva. Bloccati, vulcano di dolore, bloccati! Lasciami respirare, fai tornare su questo corpo la serenità. Smetti di accoltellarmi”. La sofferenza porta alla follia, ed io quasi ci arrivai. Fortuna volle che giunse presto l’ambulanza che mi trovò li, scombussolato e stanco, sconfitto dal mio stesso io distruttore.
postato da: Zebra1 alle ore 08:59 | Permalink | commenti (1)
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martedì, 15 gennaio 2008
 

Stridore,gemito, sordo rintocco è un ronzare che tribola e profana ancora oggi il silenzio del mio sonno.

Martella le mie tempie, pulsa vibrante, ossessivo,graffiante, inesorabile, febbrile, acuto, agghiacciante: Frenata sull'asfalto bagnato.

Un istante di un giorno come tanti e mi ritrovo a terra.

Sbattuta,stordita, confusa. Sento un bruciore, l'epidermide avvampa arrossata, mondata al tempo stesso dalla pioggia, ma la sento rovente, ardente, scottante. Caldo, fluido stilla come un liquor vermiglio, purpureo che impregna la mia gamba escoriata, cosparge le mie abrasioni e trasuda da i miei jeans. L'epitelio è come flogos, le ossa indolenzite.Una fitta serra il mio petto in una morsa soffocante, lancinante, diffusa, viscerale e al tempo stesso cutanea, non lascia tregua, è uno spasmo truce, implacabile crocifigge il mio corpo e mi affana il respiro, lo soffoca, .

Ho la fronte imperlata di sudore, le mie guance sono di fuoco e al tempo stesso contrazioni inconsulte, repentine, si insinuano sino a pervadere il mio corpo, lo fanndoloreo pulsare, fremere,tremare, lo scuotono. Il battito del mio cuore è impazzito, è un tamburo beffardo, frenetico, incalza prepotente,non mi permette di pensare,una supernova di adrenalina si scioglie nelle mie venne e trabocca fagocitando la mia residua calma. é tutto amplificato il calore, il mio cuore, le voci concitate intorno, la paura, la paura maledetta che toglie il fiato e mozza il respiro. Lo stomaco è arrovellato, attanagliato,sento il peso di un macigno nell'addome,un conato di nausea nei gorghi turbinosi delle viscere.

Sento una tensione palpabile, e l'aria si è fatta come elettrica.

Lacrime salate mi appannano la vista, sento tutto così inarrestabilemente veloce dentro di me e fuori di me, eppure io sono immobile, non riesco a muovermi, e l'asfalto freddo che accarezza la mia guancia sembra quasi un refrigerio, un conforto. Acqua dal cielo, acqua dagli occhi, acqua davanti a me. Il dolore è una lama tagliente che ti pugnala alle spalle mentre sei più inerme, è una spina conficcata nella carne profonda, vi affonda avidamente, brama la tua pelle,è una scheggia conficcatasi in profondità, impossibile da estrarre, è un sudario che ti avvinghia così stretto, non lascia traspirare i tuo epitelio, lo esaspera, lo imbeve di sudore, lambisce turpe ogni compagine di pelle, striscia subdolamente dentro di te, penetra silenziosamente dappertuto, nei tuoi tessuti vitali, nei tuoi visceri, nel tuoi ventricoli, nelle meningi del tuo cervello, le contamina come un virus, si inocula larvatamente nei mendri più nascosti, si nutre, assimila, succhia le tue forze,lascia indelebile le sue stigmate nel ricordo, scortica la tua anima e vi scalfisce una ferita, un aborto sanguinolento nel tuo pensiero.

É la brutale fisicità del dolore che ti brucia dentro, c'è un'intima correlazione tra materia e pensiero, corpo ed anima.

Una mano salda stringe la mia, due occhi chiari fissano i miei, si avvicinano al mio viso,il loro colore cristallino mi consola, una voce roca e sommessa mi sussurra “Stai tranquilla, sono un medico, penserò io a te”.

In lontananza una sirena d'ambulanza, chiudo gli occhi, strigo forte la sua mano tra le mie, mi abbandono a quel suono.

postato da: Tinuviel87 alle ore 00:12 | Permalink | commenti (2)
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martedì, 08 gennaio 2008
Cari Terremoti, ieri sera, officina a tutta musica. Lettura "consapevolmente ascoltata" di brani che ci facevano pensare ad una poesia. Alcuni sono stati oggetto di un interessante dibattito sul loro stile, sul linguaggio e sul modo in cui venivano eseguite. Di seguito i titoli e gli autori:

Carmen Consoli: L'utlimo bacio
Franco Battiato: La cura
Radiodervish: L'esigenza
Francesco Guccini:  Vite - Cyrano
Rem: Nightswimming

Il tempo non è stato sufficiente ad ascoltare tutte le canzoni, quindi parte del prossimo laboratorio sarà dedicato ad ascoltare i brani rimasti.

Inoltre è stato affidato un esercizio di scrittura per la prossima volta:
Descrivi un dolore fisico ( possibilmente forte), facendo riferimento ai tuoi ricordi passati ( infanzia o adolescenza) o recenti. Esagera, se è il caso sull'uso degli aggettivi. Devi fare, almeno, percepire alcune sensazioni a chi ti ascolta.
A lunedì prossimo
Nancy
 
postato da: Proffina73 alle ore 13:38 | Permalink | commenti (1)
categoria:diario
lunedì, 07 gennaio 2008
Maciste contro tutti - CCCP


Non temerai i terrori della notte non temerai il terrore
Non temerai le *** a mezzogiorno non temerai
Non temerai le insidie della notte non temerai le insidie

Non temerai le insidie della notte non temerai le insidie
Non temerai la peste che dilaga a mezzogiorno non temerai

Vecchi bambini e donne piangono amare lacrime
D'un pianto caldo antico d'arcana melodia

I giovani guerrieri i forti i saggi i folli
Si rasano si ungono
I cani abbaiano s'agitano i cavalli

Mi radono mi ungono
Mi radono mi ungono
I cani abbaiano s'agitano i cavalli

Non temerai i terrori della notte non temerai il terrore
Non temerai i terrori della notte non temerai il terrore

Occhio per occhio
All'occhio un occhio giudice
Un dente un dente
Dente per dente!

Ma si può ascendere in virtù di una forza che è discendente

Forma senza rimpianto
Forma senza speranza
Tra montagne lucenti d'ombre
Sotto cieli taglienti
Tra scoscesi pendii

Impreca
Maledice
Parla sussurra canta
Parla sussurra canta

Soffocherai tra gli stilisti
Imprecherai tra i progressisti
Maledirai la Fininvest
Maledirai i credit cards

Ma si può ascendere in virtù di una forza che è discendente

Le prostrazioni devozioni esternate le processioni oranti
Il fumo denso di mirra e incenso di spezie profumate
Le adorazioni penitenze e digiuni genuflessioni e Salmi

Caldo generatore e caldo che consuma
Sogni allo scuro rotti mezze parole rantoli
Forti odori impregnanti
E carezze cattive
E umido sudore
E sospiri
E sorrisi

Una gran voglia di ridere
Irresistibile!

Costanzo Show!
Italia olè!
Mozzill'o Re!
Uè!

CCCP!

Sembra sole nascente
Il sole d'Occidente
Sembra sole che nasce
Questo sole calante
Accende l'orizzonte
Infiamma il firmamento
Il buio lo sorprende
Fosco nero avvolgente

Spetakolo kaotiko
Purulento e pio
Spetakolo kaotiko
Disordine e armonia
Spetakolo kaotiko
Complicato e pio
Spetakolo kaotiko
Sangue del cuor mio
postato da: m4yh3m alle ore 20:57 | Permalink | commenti
categoria:esercitazioni
domenica, 06 gennaio 2008

Carissimi, oggi in occasione dell’Epifania vorrei proporvi una poesia scritta dal mio amatissimo nonno molto tempo fa… ma che, per la sua semplicità e concretezza, rispecchia (a mio parere) la realtà dei nostri giorni. Ringraziando Proffina per l’opportunità datami, vi porgo un affettuoso abbraccio e… buona befana a tutti!!!  ;o)

 

La cravatta nera

 

C’era l’usanza della cravatta nera

per la scomparsa di un affetto caro;

tutto è cambiato in questa nuova era

l’uomo di un tempo è diventato raro

 

Forse il mio occhio vede troppo nero

ma dove sono i valori morali?

ogni principio sano è al cimitero

penso: sono più saggi gli animali!

 

Allora, oggi l’uomo cosa vuole

se in ogni campo lui opera male

china la testa come il girasole

perché è di paglia come carnevale

 

È vuoto dentro, fa solo parole

ha ucciso ogni virtù e tradizione

pietoso io l’accuso e me ne duole

dell’uomo resta solo il pantalone

 

In questo caso in questa occasione

se lui svolazza come una bandiera

ieri con oggi non fa paragone

io preferisco la cravatta nera.

                                              

Antonio

 

postato da: blugizu alle ore 10:57 | Permalink | commenti (3)
categoria:diario
giovedì, 03 gennaio 2008

Un buon vino... per ricominciare!


E’ sempre difficile capire come cominciare anzi come… ricominciare. Il saggio e pensieroso David mi ha sicuramente aiutata in questo con le sue dolcissime parole, perché mi ha riportato indietro all’ultimo giorno dell’anno, quando abbiamo brindato insieme.

In particolare mi ha rimandato ad un’ immagine che mi è rimasta impressa nella mente: il vino versato nel fiasco direttamente dalle cisterne. Prima vengo colpita da quel rosso vellutato e quasi cremoso che sembra ambire al suo contenitore come se aspettasse da tempo, come se non vedesse l’ora di riempirlo, quello è il suo percorso, quella è la sua metà. Si compiace di questo perché sa che sta indicando la giusta strada, sa che quel momento non sarà dimenticato facilmente, sa che per chi guarda non è solo un piacere per gli occhi ma un’esperienza di profumo e gusto travolgente, che non solo inebria e rende allegro l’animo, ma viene accolto come  linfa nuova, rito propiziatorio per la propria vita.

Riflettevo, allora sul fatto che versare significa “andare verso”, e quindi muoversi per andare incontro, per donarsi, per raggiungere qualcosa o qualcuno, attraverso un cammino, una via che sappiamo dentro di noi, che deve essere percorsa.

Questa è l’esperienza che ci aspetta attraverso le nostre officine, i nostri laboratori. Questo è il mio desiderio e la mia meta per me, per noi terremoti e per tutti quelli che incontreremo su questa strada.

Un altro pensiero. Ci convinciamo spesso che ricominciare significa azzerare tutto, cancellare tutto, ma quel vino si è presentato a noi così rosso, bello, nuovo e spumeggiante perché è passato attraverso tante fasi di produzione. Queste fasi sono cominciate l’anno precedente, quel vino ha una storia dietro, fatta di coltivazione, raccolto, selezione, eliminazione di scorie e di tutti quegli elementi che non sarebbero serviti a renderlo così attraente ai nostri sensi. Così anche Officine, avrà una nuova carica, nuove strade, nuovo sapore, sarà pregiata proprio perché dietro c’è una storia, meravigliosa, la nostra, fatta di momenti meravigliosi e di momenti difficili, dove potare ha significato “raffinare” questo nettare prezioso. Saranno così anche i nuovi passi che faremo insieme.

Qualcuno mi ha detto che Officine è stata la sua sola esperienza positiva quest’anno. Se riuscirà a farci crescere, a metterci in discussione, a  farci avere una nuova visione di noi e di quello che abbiamo attorno, se riuscirà a farci vivere in modo diverso tutte le altre esperienze del nostro quotidiano: il lavoro, l’università, le relazioni con gli altri, allora anche quest’anno sarà unica ma… in un senso più ampio.

Allora ricominciamo ragazzi. Gustiamo insieme il miglior vino che abbiamo mai bevuto! Prosit!

Siate felici

Nancy

 

postato da: Proffina73 alle ore 14:28 | Permalink | commenti (1)
categoria:riflessioni
lunedì, 31 dicembre 2007

Scosse di auguri!


Mi piace fare gli auguri così come mi piace fare regali, ma attenzione la mia non è generosità, è solo un azione egoistica, perché fare un regalo è per me donare qualcosa di me, un pezzetto di me, è tutto incluso insieme al pacchetto, perché mi piace… stare in giacenza nel cuore delle persone che mi stanno accanto. Al contrario trovo superfluo riceverli perché la gente che amo è già nel mio cuore, ciascuno al suo posto… RISERVATO.

Anche queste riflessioni sono un dono, un regalo che faccio a me stessa e a voi alla fine di questo 2007. Non sono un bilancio dell’anno passato, non mi piace fare bilanci perché alla fine temo di dare troppo spazio solo alle cose che AVREI POTUTO FARE E NON HO FATTO. Non deve essere così, perché è normale che nella vita di tutti ci siano esperienze che ti riempiono il cuore di felicità e altre di una tristezza immensa, ma tutte devono esserci, perché l’esistenza di tutte e due ci fa camminare, crescere, respirare ogni momento della vita senza sprecarne neanche un po’.

In queste ultime sere trascorse insieme vi osservavo in modo particolare e riflettevo sull’importanza di quello che ciascuno noi, ognuno diverso dall’altro ha “voluto” costruire insieme, mettendosi in gioco. L’esperienza che alcuni di noi condividono ormai da quasi un anno e alcuni da qualche mese ci ha abituati a questo: osservare, gustare quello che c’è intorno a noi e poi scrivere di getto, o riscrivere, tagliare, aggiustare e poi rileggere ancora e far leggere, sbirciando nel frattempo le reazioni dell’altro, con curiosità, sentire le emozioni e le sensazioni degli altri, pelle a pelle, conoscere i loro pensieri, scoprire che il testo che ho appena letto forse può essere letto, percepito, vissuto in maniera diversa dalla mia, stupirsi per il fatto che un racconto, che a me riempie di gioia, a quello che sta di fronte probabilmente non solo non è piaciuto ma lo ha anche infastidito, rendersi conto che solo ascoltando l’altro, e quello che ha da dirmi,  posso imparare qualcosa per me e posso crescere uscendo dai miei confini, trascinato fuori dai miei orizzonti meravigliosi, sicuramente, ma limitati solo a me stesso. Scoprire l’irresistibile necessità di dare, di trasmettere me per ricevere, assetato, l’altro… perché nell’altro c’è un’altra parte di me da riconoscere. E non è stato sempre facile... lo sappiamo!

Il migliore augurio che posso fare a ciascuno dei terremoti di carta è quello che io stessa vorrei sentirmi dire con tutto il cuore: considera ogni tua esperienza una nuova possibilità per te stesso e PRETENDI sempre il meglio per te, anche se questo significa aspettare, rinunciare, scegliere la strada più difficile, che apparentemente sembra non avere alcuna convenienza immediata. Questo anno ti porti tutto quello che è meglio per te, sia che tu lo meriti sia che tu non lo meriti, ma se proprio vuoi meritarlo, non accontentarti mai e scuoterai in modo meraviglioso la tua vita e la vita degli altri.

Siate felici

Nancy

postato da: Proffina73 alle ore 11:53 | Permalink | commenti (3)
categoria:riflessioni